La violenza distrugge ciò che finge di difendere

L’uomo è il nemico dell’uomo. Egli si sente impedito e minacciato dai successi dell’altro uomo, dalle sue conquiste e dai suoi errori, o addirittura dal semplice fatto che questi esiste; e cerca di risolvere con la forza il problema che l’altro è per lui. Ciò che Gesù Cristo ha proclamato a riguardo della forza e della violenza è sottratto a qualsiasi possibilità di equivoco. Conservare in tutta la sua inequivocabilità questo messaggio e farlo proprio, oggi non è più una questione puramente teorica, ma che concerne la stessa sopravvivenza della nostra società. Vorrei qui ricordare le parole che Giovanni Paolo II ha pronunciato in Irlanda: «La violenza è indegna dell’uomo. La violenza è una menzogna, poiché essa contraddice la verità della nostra fede, la verità della nostra umanità. La violenza distrugge ciò che finge di difendere: la dignità, la vita, la libertà dell’uomo». Ma il semplice rifiuto della violenza, a dire il vero, non è di per sé sufficiente. La violenza è oggi diventata così tanto affascinante perché essa ha potuto a suo vantaggio capovolgere lo splendore delle evidenze morali. Essa è diventata parte integrante di una più complessiva concezione del mondo, per la quale forza e violenza sono espressioni della lotta per la giustizia e in cui esse appaiono come simboli di un radicale impegno a favore dell’uomo. Spesso il violento si propone oggi come moralizzatore. Accanto a ciò c’è naturalmente anche quella violenza che è espressione di viltà, di mancanza di coraggio nell’esistenza, che è desiderio di distruzione di un mondo senza senso; e abbastanza spesso entrambi i motivi si annodano l’un l’altro. La violenza può essere vinta soltanto con una nuova purezza di cuore, che riscopra e faccia emergere la dignità della propria umanità e così di ogni umanità. Il disprezzo dell’uomo è sempre il primo passo della violenza: essa cade sempre là dove l’uomo si percepisce come un essere turpe e meschino. Solo chi può credere alla dignità dell’uomo, percependola in primo luogo in se stesso, può rispettarla anche nell’altra persona. Questa purezza del cuore, l’autentico bastione fortificato che protegge dal dominio e dalla violenza, non ha niente a che vedere con la debolezza. L’antitesi alla violenza non è la debolezza, bensì la fermezza e quell’ardimento che stanno coraggiosamente dalla parte del bene anche là dove questo viene messo in ridicolo. Diciamolo molto semplicemente: il «coraggio della virtù» è ciò di cui la nostra società ha di nuovo bisogno. Solo questo coraggio può vincere la violenza e fondare una vera fraternità tra gli uomini.

(Joseph Ratzinger – Trasmissione alla Radio Bavarese, 4 aprile 1981)

JACQUES MARITAIN: UN RICORDO

di Giancarla Perotti

In occasione della ricorrenza dei cinquanta anni dalla morte del grande filosofo e teologo Jacques Maritain, (18/11/1882 – 28/4/1973) la scrittrice Giancarla Perotti, fondatrice del Centro Ricerche Personaliste Raïssae Jacques Maritaincondivide con noi una riflessione sulla vita e il messaggio di questo grande pensatore che, lungi dall’essere relegabile al suo periodo storico, mantiene nelle sue pagine una profonda attinenza con la modernità.

Ritratto di Jacques Maritain del Pittore Otto Van Rees

La formazione del pensiero

Cinquant’anni fa a Tolosa presso la Comunità dei Piccoli Fratelli di Gesù, di cui faceva parte dal 1970, precisamente il 28 aprile 1973 è morto uno dei più grandi esponenti del tomismo del XX secolo: mi riferisco al pensatore Jacques Maritain. Egli aveva 91 anni ed era ancora impegnato nel lavoro di filosofo nella sua ultima opera dal titolo Approches sans entraves (J. Maritain 1973) di cui stava correggendo le bozze. Tale opera infatti uscì postuma alcuni mesi dopo la sua dipartita.

Jacques Maritain nasce in una famiglia protestante, ma non praticante. Inizialmente ateo, giunge col tempo alla fede cattolica che professerà poi con convinzione e forte coerenza. Egli si convertì alla Chiesa cattolica grazie all’incontro con lo scrittore cattolico più furioso d’Europa, Léon Bloy che fu anche il suo padrino di battesimo.

Dopo il liceo, nel 1900, si iscrive all’Università della Sorbona in cui si respira un clima culturale simile a quello dei nostri giorni, dove prevale il relativismo, corrente che nega la possibilità di pervenire a verità assolute.

Nel 1901 Jacques incontra Raïssa Oumançoff, che diventerà presto sua moglie e compagna di vita; anch’essa atea, si sposano dopo tre anni. Jacques e Raïssa sono tutti e due animati da un forte desiderio di ricerca della verità che dia un senso alla loro vita e li aiuta ad abbandonare la delusione del pensiero positivista.

Maritain ha superato tantissime polemiche con gli uomini della cultura, della politica e della religione del suo tempo, che diverse volte lo avevano aggredito per la schiettezza delle sue posizioni sui problemi più delicati della storia contemporanea. Egli era fiero della sua indipendenza e del suo amore per la verità ininterrottamente ricercata e professata.

Nella prefazione al suo libro Ricordi e appunti si presentava così:

Che sono io dunque? Mi domandavo allora. Un professore? Non lo credo; ho insegnato per necessità. Uno scrittore? Forse. Un filosofo? Lo spero. Ma anche una specie di romantico della giustizia troppo pronto ad immaginarsi, a ogni combattimento, che fra gli uomini sorgerà senz’altro il giorno della giustizia come della verità. Forse sono anche una specie di rabdomante con l’orecchio incollato sulla terra, per captare il mormorio delle sorgenti nascoste, l’impercettibile fruscio delle germinazioni invisibili. E forse, come qualsiasi cristiano, nonostante le paralizzanti miserie e debolezze e tutte le grazie tradite di cui prendo consapevolezza alla sera della mia vita, sono anche un mendicante del cielo travestito da uomo del nostro secolo, una specie di agente segreto del Re dei Re nei territori del principe di questo mondo, un agente segreto che si assume i propri rischi a somiglianza del gatto di Kipling girovagante tutto solo.

Al collegio cattolico Stanislao, dove svolse la sua prima esperienza didattica i suoi colleghi tradizionalisti rimasero scandalizzati, non solo per le sue parole ma anche per la peculiarità di quel suo carattere deciso, dolce di cuore ma duro di testa, che lo accompagnerà per tutta la vita e caratterizzerà la personalità di Maritain. La moglie Raïssa descrive le lezioni di filosofia di Jacques riferendo aspetti attuali anche oggi per molte scuole che si qualificano come cattoliche:

In ottobre Jacques cominciò il primo anno del suo corso di filosofia al collegio Stanislao. […] Gli inizi del suo corso allo Stanislao non furono facili. Aveva deciso di fare della filosofia di Aristotele e di San Tommaso il centro del suo insegnamento; ma il tomismo sembrava all’amministrazione del collegio, agli studenti ed alle famiglie, singolarmente dannoso per il successo finale degli studenti agli esami di diploma, cui si limitava tutta l’ambizione del pensiero (dopo il diploma sarebbe venuta la carriera, che importava assai più delle convinzioni filosofiche). Il direttore del collegio, il canonico Pautonnier, guardava Jacques con occhio preoccupato. Era il canonico Pautonnier che gli diceva con sorridente insistenza: «Mio caro amico, passerà, passerà questo ardore di neofita…»

Ma Jacques qualche anno dopo, in risposta alla provocazione di Pautonnier, nella prefazione dell’Antimoderno, scriveva:

Non è passato, al contrario è diventato col tempo più tenace e più determinato, perdendo, almeno lo spero, l’inutile asprezza della gioventù e dell’inesperienza.

Anche oggi costatiamo che il tomismo non va di moda e tanto meno chi mette il tomismo al centro del suo pensiero.

I Circoli tomisti

O Sapientia […] veni ad docendum nos viam prudentiae

Durante tutta la loro lunga vita, in Francia, in Italia, come in America, i Maritain hanno sempre animato, nella loro casa, gruppi di studio. Sono stati per vocazione iniziatori di circoli tomisti e questo lavoro di promozione intellettuale non era un compito facile, perché sapevano di dovere contrastare coloro che asserivano che tali insegnamenti nulla avessero a che fare con la vita. Ma, come suggerisce Piero Viotto (P. Viotto, Introduzione a Maritain), gli studi di Maritain nascono attraverso una riflessione sull’esperienza. «Il tomismo usa la ragione per distinguere il vero dal falso, non vuole distruggere ma purificare il pensiero moderno […] Il tomismo è una saggezza. Tra lui e le forme particolari della cultura debbono regnare scambi vitali incessanti, ma in se stesso nella sua essenza è rigorosamente indipendente da queste forme particolari» scriverà Maritain. Al primo posto delle loro attività infatti primeggiava la diffusione della filosofia di San Tommaso nei diversi campi del sapere, dalla politica all’estetica.

Il pensiero filosofico tomista di Jacques e Raïssa Maritain lo troviamo principalmente in due volumi, il primo di Jacques Il dottore Angelico presenta le grandi linee del pensiero di San Tommaso a confronto con la filosofia moderna, il secondo di Raïssa L’Angelo della scuola è una biografia dell’Aquinate scritta per i bambini e illustrata con disegni del pittore Severini. Siamo nel 1930, proprio nella prefazione al volume di Jacques possiamo leggere le linee basilari del tomismo da lui delineate:

C’è una filosofia tomista, non c’è una filosofia neo-tomista. Il tomismo non vuole essere un ritorno al medioevo. Il tomismo usa la ragione per distinguere il vero dal falso, non vuole distruggere ma purificare il pensiero moderno e integrare tutte le verità scoperte dai tempi di S. Tommaso. Il tomismo non è né di destra né di sinistra. Il tomismo è una saggezza. Tra lui e le forme particolari della cultura debbono regnare scambi vitali incessanti, ma in se stesso nella sua essenza è rigorosamente indipendente da queste forme particolari. Giudicare il tomismo come un abito usato che si portava al XIII secolo e oggi non si porta più, è ritenere che il valore della metafisica sia una funzione di un certo tempo, e un modo di pensare propriamente barbaro. È un modo puerile giudicare la metafisica in funzione di uno stato sociale da conservare. La filosofia di S. Tommaso è in se stessa indipendente dai dati della fede e nei suoi principi e nella sua struttura non si rifà che alla esperienza e alla ragione, per cui questa filosofia, pur restando perfettamente distinta è in comunicazione vitale con la saggezza superiore della teologia e con la saggezza della contemplazione.

A questo giudizio espresso sul valore e sul significato della filosofia tomista Maritain resterà fedele durante tutta la sua ricerca confermandolo ripetutamente nelle opere successive fino al suo ultimo lavoro, già citato, Approches sans entraves del 1973, nel quale è anche presente il concetto all’autonomia del sapere filosofico pur nel suo collegamento con tutte le altre discipline.

I Maritain intanto avevano fatto della loro casa a Meudon, un centro di incontri e di dibattiti culturali ed è proprio da tali incontri che nascono i circoli tomisti per approfondire lo studio della filosofia scolastica. I circoli erano frequentati da filosofi, teologi, letterati pittori, scultori, musicisti alcuni di loro anche atei, e con ognuno hanno intessuto storie di profonda amicizia.

Si può conoscere l’attività dei Maritain nel libro Ricordi e appunti, scritta da Jacques:

Fu dunque a Meudon, come già dissi, che si svilupparono i circoli tomisti e i loro ritiri annuali. Anno per anno venne aumentando il numero dei partecipanti al ritiro ed anche quello di coloro che assistevano alle riunioni mensili. (Negli ultimi anni parteciparono ai ritiri circa due-trecento persone). Questi circoli di studi tomisti si diffusero anche all’estero, soprattutto in Inghilterra, sotto la presidenza di Richard O’Sullivan, e poi in Svizzera, in Belgio… Quando adesso mi capita di ripensare agli anni di Meudon, non so capacitarmi di come facessimo a sopportarne tutte le fatiche. Oltre alla preparazione dei corsi che tenevo annualmente all’Institut Catholique e dei miei libri (senza parlare delle conferenze all’estero), oltre al tempo dedicato agli amici vecchi e nuovi, che costituivano la nostra grande consolazione, ai visitatori sconosciuti che giungevano con speranze imprecisate e che bisognava soprattutto ascoltare, alle conversioni, ai battesimi, alle vocazioni religiose – cose alle quali non ebbi mai l’empietà di dar la caccia: non erano affar nostro, bensì opera della grazia e qualche volta di consiglieri troppo frettolosi; tuttavia non bisognava mai sottrarvisi.

In realtà, i Maritain non si occupavano esclusivamente dei circoli tomisti e dei ritiri, ma avevano tante altre attività, anche quelle che scherzando chiamavano esoteriche. Si trattava di incontri ristretti dove si discutevano tematiche filosofiche complesse. Molte riunioni terminavano purtroppo senza portare a risultati concreti, altre venivano fatte con la finalità di costituire una società di filosofia della cultura, altre per fondare una società della filosofia della natura. Quest’ultime portarono frutti; si costituì la società che inizialmente prese un buon avvio, pubblicando anche tre o quattro libri di valore, ma poi in seguito ai conflitti politici sorti fra i suoi membri si estinse.

Sul nome di Maritain erano piovuti troppi malintesi, tanti gruppi lo volevano dalla loro parte, ed ecco che egli scrive la Lettera sull’indipendenza:

Il filosofo ha una qualche utilità fra gli uomini solo se rimane tale. Ma rimanere filosofo e agire come filosofo, obbliga a tenere ferma in ogni caso la libertà della filosofia ed in particolare ad affermare a tempo e a contrattempo l’indipendenza del filosofo di fronte ai partiti quali che essi siano. Siano essi di destra, di sinistra, non appartengo ad alcuni di essi. L’indipendenza del filosofo è voluta dalla natura propria di un sapere che di per sé è una saggezza e che, anche quando si riferisce nel modo più diretto al contingente, lo domina sempre; l’indipendenza del filosofo testimonia la libertà dell’intelletto di fronte all’istante che passa. L’indipendenza del cristiano testimonia la libertà della fede di fronte al mondo. È tutto l’opposto di una fuga o di una evasione; tutto l’opposto di una defezione davanti al dramma dell’esistenza e della vita, di un rifugio in una curiosità da ‘spettatore’ disinteressato. Si tratta di un impegno tanto più reale e profondo quanto più la libertà interiore è intatta.

Per Maritain la posizione dell’educatore impegnato negli istituti scolastici, non deve mai essere svolta da un uomo di parte.

Nel 1953 in una conferenza tenuta al Graduate College dell’Università di Princeton, Maritain ritornerà sull’argomento del filosofo nella società, puntualizzando quali siano le due grandi funzioni del filosofo nella società. Queste ultime riguardano la verità e la libertà.

Il filosofo, che dedicandosi al suo compito speculativo, affranca la sua attenzione dagli interessi degli uomini, o del gruppo sociale, o dello Stato, ricorda alla società il carattere assoluto ed inflessibile della Verità. Per quanto riguarda la Libertà, egli ricorda alla società che la libertà è la condizione stessa dell’esercizio del pensiero.

Maritain nonostante non fosse stato mai iscritto a un partito e avesse dichiarato apertamente la sua indipendenza dai diversi gruppi politici dovette difendersi da fraintendimenti e incomprensioni, da chi tentava di strumentalizzare il suo pensiero, che invece rimarrà indipendente fino alla fine.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

JACQUES MARITAIN: Approches sans entravers, Fayard, Paris 1973; Ricordi e Appunti, Morcelliana, Brescia 1967; Le Docteur Angélique, Paul Hartmann, Paris 1929; Antimoderne, Édition de la Revue des Jeunes, Paris 1922; Lettre sur l’indépendance, Desclée de Brouwer, Paris 1935; Il filosofo nella società, (1960) Morcelliana, Brescia 1976.

RAÏSSA MARITAINOu Saint Thomas d’Aquin raconté aux enfants, Alsatia, Paris 1957.

GIANCARLA BARRA PEROTTI Amore e Giustizia nel pensiero di Jacques Maritain, Il Cerchio, Rimini 2009.

PIERO VIOTTO Introduzione a Maritain, Laterza, Roma-Bari 2000.

Maritan


In occasione del cinquantesimo dalla morte di uno dei più straordinari filosofi, padre del personalismo, Jacques Maritain, avvenuta il 28 aprile 1973 inizia la riflessione sul multidisciplinare pensiero maritainiano.

La ricerca della verità negli anni della giovinezza inquieta Jacques Maritain (1882-1973) è vissuto nel secolo scorso, ma i suoi scritti hanno anticipato il nostro tempo proponendo ad una società, in via di globalizzazione, le mete possibili per un’intesa tra i popoli fondata sulla comprensione reciproca in un dialogo interreligioso e nella prospettiva di una democrazia non solamente formale, radicata nella libertà, ma dedita a realizzare la giustizia.

Non si può parlare di Jacques senza citare con lui anche Raïssa, infatti Jacques Maritain e la moglie hanno condiviso le ricerche filosofiche, le battaglie culturali e politiche, tanto che sarebbe più giusto indicare la filosofia di Maritain come la loro filosofia includendo anche il pensiero di Raïssa e per meglio capirla bisogna seguire i coniugi Maritain in tutta la loro avventura spirituale, perché la loro filosofia non è nata a tavolino e non è soltanto il pensiero di un uomo, ma frutto di dialogo con filosofi e teologi, con romanzieri e poeti, con artisti e musicisti che frequentavano la loro casa e i loro circoli tomisti e per conoscerla più ampiamente è necessario partire dalle loro numerose corrispondenze. Dopo la morte della moglie, Jacques, ricostruisce il diario di Raïssa e nell’introduzione scrive: “A dominare tutto il resto c’era poi la sua preoccupazione per il mio lavoro di filosofo, e per la specie di perfezione che ne aspettava. A questo lavoro Raïssa ha sacrificato tutto. Nonostante tutte le pene, morali e fisiche, e, in alcuni momenti, quasi una completa mancanza di forze, è riuscita, perché la collaborazione che le avevo sempre domandata, – di rileggere sul manoscritto tutto quello che ho scritto e pubblicato, sia in francese, sia in inglese -, era per lei un dovere sacro”.

Quella dei Maritain è stata una giovinezza inquieta: divenuti atei e anarchici, frequentavano le università popolari e si sposarono civilmente nel 1904. Tra alcuni appunti ritrovati si leggono alcuni pensieri: “Da un certo punto di vista, la vita mi sembra un perpetuo e sconcertante salto nel caso… E poi il vuoto è l’ignoranza sempre. La verità oggettiva sfugge, come la bellezza oggettiva. Il dubbio, il dubbio autentico dello stesso dubitare. La ragione gira su se stessa: macinino da caffè che macina vuoto”. Raïssa e Jacques iniziano un’avventura spirituale che li porta dall’anarchia alla contemplazione del mistero di Dio, ma sempre supportati dal bisogno della verità e dalla speranza nella verità, condizione che professori della sorbona, con il loro scetticismo non potevano soddisfare.

Durante una passeggiata all’Orto botanico, i due giovani, pervasi da un’angoscia metafisica, che penetrando si trasforma in una disperazione totale pensano al suicidio. Dopo aver riflettuto a lungo sul mistero della vita e della sofferenza, decidono di fare ancora credito alla vita nella speranza di arrivare alla verità: “Se quell’esperienza non fosse riuscita, la soluzione sarebbe stata il suicidio; Il suicidio prima che gli anni avessero accumulato la loro polvere, prima che le nostre giovani forze si fossero consumate. Volevamo morire con un libero rifiuto, se non era possibile vivere secondo la verità”.

A salvare i due giovani dalla disperazione fu Péguy portandoli ad ascoltare le lezioni di Bergson. I Maritain non sapevano cosa cercavano dalle lezioni di Bergson e scrive: “Questa filosofia della verità, questa verità, ardentemente cercata, così invincibilmente creduta, era ancora per noi una specie di Dio sconosciuto; le riservavamo un altare del nostro cuore, le riconoscevamo ogni diritto su di noi, sulla nostra vita. Ma non sapevamo ciò che essa sarebbe stata, per quale via, con quali mezzi poteva essere raggiunta. “Inizialmente la filosofia di Bergson diede loro la risposta alla loro inquietudine intellettuale apprendendo che per mezzo dell’intuizione è possibile conoscere l’Assoluto, e avere delle certezze sul senso della vita”. Ma quando i Maritain si convertirono si resero conto della incombatibilità della filosofia bergsoniana con il credo della fede cattolica soprattutto quando iniziarono a leggere San Tommaso.

Nel 1930 Maritain scrive Il dottor Angelico dove nella prefazione al testo Jacques scrive le linee fondamentali del tomismo: “C’è una filosofia tomista, non c’è una filosofia neo-tomista. Il tomismo non vuole essere un ritorno al medioevo. Il tomismo usa la ragione per distinguere il vero dal falso, non vuole distruggere ma purificare il pensiero moderno e integrare tutte le verità scoperte dai tempi di San Tommaso. Il tomismo non è né di destra né di sinistra. Il tomismo è una saggezza. Tra lui e le forme particolari della cultura debbono regnare scambi vitali incessanti, ma in se stesso nella sua essenza è rigorosamente indipendente da queste forme particolari. Giudicare il tomismo come un abito usato che si portava al XIII secolo e oggi non si porta più, è ritenere che il valore della metafisica sia una funzione di un certo tempo, e un modo di pensare propriamente barbaro. È un modo puerile giudicare la metafisica in funzione di uno stato sociale da conservare. La filosofia di San Tommaso è in se stessa indipendente dai dati della fede e nei suoi principi e nella sua struttura non si rifà che alla esperienza e alla ragione, per cui questa filosofia, pur restando perfettamente distinta è in comunicazione vitale con la saggezza superiore della teologia e con la saggezza della contemplazione”.

A cura di Giancarla Perotti

In Cristo siamo stati tentati e in lui abbiamo vinto il diavolo

Dal «Commento sui salmi» di sant’Agostino, vescovo(Sal 60, 2-3; CCL 39, 766)

    «Ascolta, o Dio, il mio grido, sii attento alla mia preghiera» (Sal 60, 1). Chi è colui che parla? Sembrerebbe una persona sola. Ma osserva bene se si tratta davvero di una persona sola. Dice infatti: «Dai confini della terra io t’invoco; mentre il mio cuore è angosciato» (Sal 60, 2).
    Dunque non si tratta già di un solo individuo: ma, in tanto sembra uno, in quanto uno solo è Cristo, di cui noi tutti siamo membra. Una persona sola, infatti, come potrebbe gridare dai confini della terra? Dai confini della terra non grida se non quella eredità, di cui fu detto al Figlio stesso: «Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra» (Sal 2, 8).
    Dunque, è questo possesso di Cristo, quest’eredità di Cristo, questo corpo di Cristo, quest’unica Chiesa di Cristo, quest’unità, che noi tutti formiamo e siamo, che grida dai confini della terra.
    E che cosa grida? Quanto ho detto sopra: «Ascolta, o Dio, il mio grido, sii attento alla mia preghiera; dai confini della terra io t’invoco». Cioè, quanto ho gridato a te, l’ho gridato dai confini della terra: ossia da ogni luogo.
    Ma, perché ho gridato questo? Perché il mio cuore è in angoscia. Mostra di trovarsi fra tutte le genti, su tutta la terra non in grande gloria, ma in mezzo a grandi prove.
    Infatti la nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso, se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova.
    Pertanto si trova in angoscia colui che grida dai confini della terra, ma tuttavia non viene abbandonato. Poiché il Signore volle prefigurare noi, che siamo il suo corpo mistico, nelle vicende del suo corpo reale, nel quale egli morì, risuscitò e salì al cielo. In tal modo anche le membra possono sperare di giungere là dove il Capo le ha precedute.
    Dunque egli ci ha trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da Satana. Leggevamo ora nel vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo nel deserto. Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria.
    Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tener lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato. 

Lettera 258 di S. Agostino

Scritta dopo il 395.

Agostino al vecchio amico Marziano divenuto catecumeno e perciò davvero amico (n. 1) spiega in che consiste la vera amicizia (nn. 2-4) esortandolo a ricevere il battesimo e gli altri sacramenti dei fedeli (n. 5).

A MARZIANO, SIGNORE MERITAMENTE ILLUSTRE E FRATELLO DILETTISSIMO E DEGNISSIMO D’AFFETTO IN CRISTO, AGOSTINO INVIA SALUTI NEL SIGNORE

La vera amicizia secondo Cicerone.

1. Mi sono strappato o meglio mi sono sottratto di nascosto e, per così dire, ho trafugato me stesso alla moltitudine delle mie occupazioni per scrivere a te, amico di vecchia data, che però non possedevo, fintantoché non ti possedevo in Cristo. Poiché tu sai bene come ha definito l’amicizia Tullio, il più grande oratore romano, come lo chiama un tale 1L’amicizia – affermaegli e lo afferma molto giustamente – è il perfetto accordo su tutte le cose divine e umane, accompagnato da benevolo affetto 2. Tu invece, mio carissimo, un tempo eri d’accordo con me nelle cose umane, allorquando io desideravo di goderle alla maniera del volgo; tu inoltre, affinché io potessi arrivare a ottenere quelle cose di cui ora mi pento, t’adoperavi con ogni sforzo per assecondarmi, e con tutti gli altri miei amici eri anzi tra i primi a gonfiare le vele delle mie passioni col vento delle lodi; al contrario nelle cose divine, delle quali a quel tempo non m’era brillata alcuna verità, la nostra amicizia zoppicava certamente riguardo alla parte più importante di quella definizione. La nostra infatti era una perfetta intesa solo sulle cose umane, ma non anche su quelle divine, anche se accompagnata da benevolo affetto.

Come eliminare i contrasti tra amici.

2. Anche dopo ch’io cessai di desiderare le cose terrene, tu veramente continuasti a volermi bene e m’auguravi ch’io stessi bene quanto al benessere mortale e fossi felice per la prosperità delle cose che suole augurarsi il mondo. Anche in tal modo pertanto esisteva fra te e me, in discreta misura, una dolce e affettuosa intesa sulle cose umane. Ora invece con quali parole potrei esprimere la gioia che provo per te, dal momento che colui il quale in modo imperfetto ho avuto per amico, ora l’ho per vero amico? Si è aggiunto infatti l’accordo sulle cose divine, poiché tu che un tempo, con graditissima benevolenza, trascorresti con me la vita temporale, hai ora cominciato ad essere unito con me nella speranza della vita immortale. Ora sì che tra noi non c’è alcun disaccordo nemmeno sulle cose umane, dal momento che le valutiamo secondo la conoscenza che abbiamo delle cose divine, per non attribuire loro maggior peso di quel ch’è richiesto a giustissimo titolo dalla loro limitatezza, ma senza far oltraggio al loro creatore, Signore delle cose celesti e terrestri, rigettandole con ingiusto disprezzo. Avviene in tal modo, che tra amici tra i quali non c’è perfetto accordo sulle cose divine, non può esserci pieno e sincero accordo neppure sulle cose umane. E questo accade perché è inevitabile che stimi le cose umane diversamente da quel che si conviene colui il quale disprezza le cose divine, e che non sappia amare rettamente l’uomo chiunque non ama Colui che ha creato l’uomo. Per tal motivo io non dico che ora tu mi sei amico più pienamente, mentre prima lo eri solo in parte, ma – come ci avverte la logica – dico che non lo eri nemmeno in parte, dal momento che nemmeno riguardo alle cose umane eri stretto a me da vera amicizia. Infatti non eri partecipe con me delle cose divine, in confronto alle quali si valutano quelle umane, sia quando ne ero lontano io stesso, sia dopo che io, alla meglio, cominciai a comprenderle, mentre tu ne sentivi parecchia ripugnanza.

Cosa desidera per l’amico il vero amico.

3. Non voglio però che te l’abbia a male né che ti sembri strano se al tempo in cui io m’arrovellavo alla ricerca delle vanità del mondo, tu non eri ancora mio vero amico, sebbene ti sembrasse di amarmi assai, dal momento che nemmeno io ero amico di me stesso, ma piuttosto nemico, poiché amavo l’iniquità ed è vera, perché divina, l’affermazione contenuta nei Libri sacri: Chi ama l’iniquità, odia l’anima propria 3Poiché dunque io odiavo l’anima mia, in qual modo potevo avere un amico sincero in chi m’augurava le cose a causa delle quali io sopportavo me stesso come nemico? Quando invece brillò al mio spirito la benignità e la grazia del nostro Salvatore, non già in conformità dei miei meriti, ma della sua misericordia 4, in che modo avresti potuto essermi vero amico mentre eri maldisposto verso di essa, dato che ignoravi del tutto in virtù di che cosa potevo esser felice e non mi volevi bene in ciò per cui ero diventato ormai in qualche modo amico di me stesso?

Il fondamento della vera amicizia.

4. Sia quindi ringraziato Dio che s’è degnato di renderti una buona volta mio amico. Ora sì che c’è tra noi perfetto accordo sulle cose umane e divine accompagnato da un’affettuosa benevolenza 5in Cristo Gesù nostro Signore, nostra autentica e genuina pace. Egli ha riassunto tutti gl’insegnamenti divini in due comandamenti dicendo: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente; e: Amerai il tuo prossimo come te stesso. In questi due comandamenti si fonda tutta la Legge e i Profeti 6Nel primo comandamento c’è il perfetto accordo sulle cose divine, nel secondo quello sulle cose umane, accompagnato da affettuosa benevolenza. Se insieme con me li osserverai con la massima fedeltà, la nostra amicizia sarà sincera ed eterna e ci unirà non soltanto l’un all’altro, ma anche allo stesso Signore.

Riceva il battesimo per intraprendere una vita nuova.

5. Affinché ciò si avveri, esorto la tua Dignità e Prudenza a ricevere presto anche i sacramenti dei fedeli, come s’addice alla tua età e come – per quanto io credo – si confà alla tua condotta morale. Ricorda ciò che mi dicesti quando io ero in procinto di partire, citando un verso tratto bensì da una commedia di Terenzio ma quanto mai a proposito e utile: Ma ora questo giorno apporta una vita diversa, esige un’altra condotta 7. Orbene, se dicesti ciò con sincerità, come non debbo aver dubbi nei tuoi confronti, già vivi certamente in modo da esser degno di ricevere, nel salvifico battesimo, il perdono delle tue colpe trascorse. Poiché, all’infuori di Cristo Signore, non v’è affatto alcun altro al quale il genere umano possa rivolgere le seguenti espressioni: Se ancora rimangono tracce del nostro delitto, spariranno del tutto, sotto la tua guida, e libereranno la terra dalla continua paura 8. Queste espressioni Virgilio confessa d’averle copiate dall’oracolo di Cuma, cioè della Sibilla; questa profetessa infatti aveva probabilmente udito in spirito qualche presagio riguardante l’unico Salvatore e reputò suo dovere rivelarlo. Eccoti, o signore meritamente illustre, fratello dilettissimo e degnissimo d’affetto in Cristo, le considerazioni, poche o forse molte che siano, che alla bell’e meglio ho scritte sovraccarico di occupazioni. Desidero ricevere una tua risposta e sapere da un momento all’altro che ti sei iscritto o hai intenzione di iscriverti nella lista dei catecumeni candidati al battesimo.

1 – LUCAN., Fars. 7, 62-63.

2 – CICER., Lael. 6, 20.

3 – Sal 10, 6.

4 – Tt 3, 4-5.

5 – CICER., Lael. 6, 20.

6 – Mt 22, 37. 39-40; Mc 12, 30-31; Lc 10, 27; Dt 6, 5; Lv 19, 18.

7 – TERENT., Andr. 1, 2.

8 – VERG., Buc. 4, 13-14.

La differenza tra le vere amicizie e quelle futili

S. Francesco di Sales, Filotea, Terza Parte, Cap.XX

Fa attenzione, Fílotea (…) Distinguerai l’amicizia mondana da quella santa e virtuosa, esattamente come si distingue il miele di Eraclea dall’altro: il miele di Eraclea è più dolce al palato dei miele ordinario; è l’aconito che gli aumenta la dolcezza; così fa abitualmente l’amicizia mondana che sforna a ripetizione quantità enormi di parole melliflue, una pioggia di frasette appassionate e di lodi sulla bellezza, la grazia e le qualità sensuali: l’amicizia sana invece ha un linguaggio semplice e schietto, loda soltanto la virtù e la grazia di Dio, unico suo fondamento.

Il miele di Eraclea, una volta ingoiato, provoca dei capogiri; allo stesso modo l’amicizia futile provoca dei disorientamenti di spirito che rendono insicura la persona nella castità e nella devozione. La conducono a sguardi languidi, vezzosi, insistiti; a carezze sensuali, a sospiri equivoci, a piccole lamentele di non essere amati a sufficienza; ad artifici ben mascherati, ma abili e cattivanti: galanterie, abuso di baci e altre libertà e familiarità che portano alla volgarità e sono sicuro presagio di una imminente resa dell’onestà.

L’amicizia santa, invece, ha occhi semplici e casti; gli atti di cortesia sono controllati e schietti; se ci sono sospiri, saranno per il cielo, le libertà solo per lo spirito, i lamenti saranno soltanto perché Dio non è abbastanza amato, prova infallibile dell’onestà.

Il miele di Eraclea turba la vista; l’amicizia mondana turba il senno, di modo che coloro che ne sono colpiti, pensano di agire bene mentre agiscono male, e sono convinti che le loro scuse, i loro pretesti, e le loro parole sono motivi validi. Temono la luce e amano le tenebre. L’amicizia santa invece ha gli occhi luminosi e non si nasconde, anzi si fa vedere volentieri dalla gente per bene.

Infine il miele di Eraclea lascia un forte sapore amaro in bocca: avviene lo stesso nelle false amicizie che si tramutano e finiscono in parole e richieste carnali e degne delle fogne; in caso di rifiuto, esploderanno le ingiurie, le calunnie, le imposture, le tristezze, le confessioni e le gelosie che si concludono quasi sempre nell’abbrutimento e in isterismi; l’amicizia pulita è sempre uguale nell’onestà, educata e amabile, e si muta soltanto in una unione degli spiriti più pura e più perfetta, immagine vivente dell’amicizia beata che regna in Cielo.

S.Gregorio di Nazianzo dice che il pavone quando fa la ruota, emette il suo verso caratteristico e si pavoneggia, eccitando le femmine che l’odono, alla lubricità. Allo stesso modo, quando vedi un uomo pavoneggiarsi, agghindarsi e così parato, avvicinarsi per fare chiacchiericcio, per sussurrare, mercanteggiare alle orecchie di una donna matura o di una giovane, e tutto senza alcuna intenzione di matrimonio, beh, sta certa che è soltanto per tentarla a qualche impudicizia; la donna onorata turerà le proprie orecchie per non udire il verso di quel pavone e la voce dell’incantatore che vuole sedurla; se ascolterà sarà l’inizio della perdita del cuore.

I giovani che fanno gesti leziosi, smancerie, e carezze, o dicono parole che non vorrebbero che fossero udite dai loro padri, madri, mariti, mogli o confessori, dimostrano in tal modo che si stanno occupando non proprio dell’onore e della coscienza.

La Madonna rimase turbata vedendo un Angelo in sembianza di uomo, perché era sola e la stava lodando con molta solennità: non dimentichiamo che erano lodi celesti! 0 Salvatore del mondo! La purezza teme un Angelo in forma umana; perché la nostra purità non dovrebbe temere un uomo, anche se in sembianza di Angelo, quando tesse lodi sensuali o almeno umane?

Le vere Amicizie

San Francesco di Sales, Filotea, Parte terza, Cap. XIX

Ama tutti, Filotea, con un grande amore di carità, ma legati con un rapporto di amicizia soltanto con coloro che possono operare con te uno scambio di cose virtuose. Più le virtù saranno valide, più l’amicizia sarà perfetta.

Se lo scambio avviene nel campo delle scienze, la tua amicizia sarà, senza dubbio, molto lodevole; più ancora se il campo sarà quello delle virtù, come la prudenza, la discrezione, la fortezza, la giustizia.

Ma se questo scambio avverrà nel campo della carità, della devozione, della perfezione cristiana, allora sì, che si tratterà di un’amicizia perfetta. Sarà ottima perché viene da Dio, ottima perché tende a Dio, ottima perché il suo legame è Dio, ottima perché sarà eterna in Dio.

E’ bello poter amare sulla terra come si ama in cielo, e imparare a volersi bene in questo mondo come faremo eternamente nell’altro. Non parlo qui del semplice amore di carità, perché quello dobbiamo averlo per tutti gli uomini; parlo dell’amicizia spirituale, nell’ambito della quale, due, tre o più persone si scambiano la devozione, gli affetti spirituali e diventano realmente un solo spirito. A ragione quelle anime felici possono cantare: Com’è bello e piacevole per i fratelli abitare insieme. Ed è vero, perché il delizioso balsamo della devozione si effonde da un cuore all’altro con una comunicazione ininterrotta, di modo che si può veramente dire che Dio ha effuso la sua benedizione e la sua vita su simile amicizia per i secoli dei secoli.

Mi sembra che tutte le altre amicizie siano soltanto fantasmi a confronto di questa e i loro legami anelli di vetro e di giaietto, a confronto del legame della devozione che è tutta di oro fino.

Non stringere amicizie di altro genere; intendo dire quelle che dipendono da te. Non devi lasciar cadere, né disprezzare quelle che la natura e i doveri precedenti ti obbligano a intrattenere: quali quelle con i parenti, i soci, i benefattori, i vicini e altri; ripeto, mi riferisco a quelle che tu scegli liberamente di persona.

Può darsi che qualcuno ti dica che non bisogna avere alcun genere di particolare affetto o amicizia, perché ciò ingombra il cuore, distrae lo spirito, dà luogo ad invidie; ma si sbagliano. Negli scritti di molti santi e devoti autori, hanno letto che le amicizie particolari e gli affetti fuori dell’ordine sono molto dannosi per i religiosi; pensano che la regola valga per tutti, ma su questo ci sarebbe molto da dire.

Premesso che in un monastero ben ordinato, il progetto comune è di tendere tutti insieme alla vera devozione, è evidente che non sono necessari questi scambi particolari, per timore che, mentre si cerca in particolare ciò che è comune, non si passi dalle particolarità alle parzialità. Ma per coloro che vivono tra la gente del mondo e abbracciano la vera virtù, è indispensabile stringere un’alleanza reciproca con una santa amicizia; infatti appoggiandosi ad essa, ci si fa coraggio, ci si aiuta, ci si sostiene nel cammino verso il bene.

Coloro che camminano in piano non hanno bisogno di prendersi per mano, ma coloro che si trovano in un cammino scabroso e scivoloso si sostengono l’un l’altro per camminare con maggiore sicurezza. I religiosi non hanno bisogno di amicizie particolari, ma coloro che vivono nel mondo, sì, per darsi reciprocamente sicurezza e aiuto in tutti i passaggi pericolosi che devono affrontare. Nel mondo, non tutti tendono allo stesso fine, non tutti hanno lo stesso spirito; bisogna dunque riflettere e stringere amicizie secondo i nostri programmi; questa particolarità crea veramente una parzialità, ma è una santa parzialità che non crea divisioni se non quella del bene dal male, delle pecore dalle capre, delle api dai fuchi, che sono separazioni necessarie.

E’ fuor di dubbio, e nessuno si sogna di negarlo, che Nostro Signore nutrisse un’amicizia più tenera e personale per Giovanni, Lazzaro, Marta, Maddalena; lo dice la Scrittura. Sappiamo che S. Pietro aveva una predilezione per Marco e per Santa Petronilla; S. Paolo per S. Timoteo e S. Tecla. S. Gregorio di Nazianzo si gloria cento volte dell’amicizia che aveva per S. Basilio e così la descrive: ” Si aveva l’impressione che in noi due ci fosse una sola anima con due corpi. Poi è vero che non bisogna prestare fede a coloro che dicono che tutto è in tutto; tuttavia è vero che tutti e due eravamo in ciascuno e ciascuno nell’altro; coltivare la virtù e ordinare i programmi della nostra vita alle speranze future; questo era il modo di uscire da questa terra mortale, prima di morire “.

S. Agostino dice che S. Ambrogio voleva molto bene a S. Monica, per le rare virtù che ammirava in lei, ed ella gli voleva bene come a un angelo di Dio.

Ma ho torto -a farti perdere tempo per una cosa così chiara. S. Girolamo, S. Agostino, S. Gregorio, S. Bernardo e tutti i più grandi Servi di Dio hanno avuto amicizie personali senza pregiudizio per la loro perfezione. S. Paolo, rimproverando ai Gentili il disordine morale della vita, li accusa di essere gente senza affetto, ossia gente incapace di amicizia. S. Tommaso, come del resto tutti i buoni filosofi, dice che l’amicizia è una virtù: certamente parla dell’amicizia personale perché, dice, la vera amicizia non può essere estesa a molte persone.

La perfezione dunque, non consiste nel non avere amicizie, ma nell’averne una buona, santa e bella.

Una sola anima in due corpi

Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo.
(Disc. 43, 15. 16-17. 19-21; PG 36, 514-523)

    Eravamo ad Atene, partiti dalla stessa patria, divisi, come il corso di un fiume, in diverse regioni per brama d’imparare, e di nuovo insieme, come per un accordo, ma in realtà per disposizione divina.
    Allora non solo io mi sentivo preso da venerazione verso il mio grande Basilio per la serietà dei suoi costumi e per la maturità e saggezza dei suoi discorsi inducevo a fare altrettanto anche altri che ancora non lo conoscevano. Molti però già lo stimavano grandemente, avendolo ben conosciuto e ascoltato in precedenza.
    Che cosa ne seguiva? Che quasi lui solo, fra tutti coloro che per studio arrivavano ad Atene, era considerato fuori dell’ordine comune, avendo raggiunto una stima che lo metteva ben al di sopra dei semplici discepoli. Questo l’inizio della nostra amicizia; di qui l’incentivo al nostro stretto rapporto; così ci sentimmo presi da mutuo affetto.
    Quando, con il passare del tempo, ci manifestammo vicendevolmente le nostre intenzioni e capimmo che l’amore della sapienza era ciò che ambedue cercavamo, allora diventammo tutti e due l’uno per l’altro: compagni, commensali, fratelli. Aspiravamo a un medesimo bene e coltivavamo ogni giorno più fervidamente e intimamente il nostro comune ideale.
    Ci guidava la stessa ansia di sapere, cosa fra tutte eccitatrice d’invidia; eppure fra noi nessuna invidia, si apprezzava invece l’emulazione. Questa era la nostra gara: non chi fosse il primo, ma chi permettesse all’altro di esserlo.
    Sembrava che avessimo un’unica anima in due corpi. Se non si deve assolutamente prestar fede a coloro che affermano che tutto è in tutti, a noi si deve credere senza esitazione, perché realmente l’uno era nell’altro e con l’altro.
    L’occupazione e la brama unica per ambedue era la virtù, e vivere tesi alle future speranze e comportarci come se fossimo esuli da questo mondo, prima ancora d’essere usciti dalla presente vita. Tale era il nostro sogno. Ecco perché indirizzavamo la nostra vita e la nostra condotta sulla via dei comandamenti divini e ci animavamo a vicenda all’amore della virtù. E non ci si addebiti a presunzione se dico che eravamo l’uno all’altro norma e regola per distinguere il bene dal male.
    E mentre altri ricevono i loro titoli dai genitori, o se li procurano essi stessi dalle attività e imprese della loro vita, per noi invece era grande realtà e grande onore essere e chiamarci cristiani. 

Una paternità sull’esempio di S. Giuseppe

L’episcopato è, indubbiamente, un ufficio, ma bi­sogna che il vescovo lotti con ogni energia per non diventare un «impiegato». Egli non deve dimentica­re mai di essere padre. Come ho detto, il principe Sa­pieha fu così amato perché era un padre per i suoi sacerdoti. Quando penso a chi potrebbe essere consi­derato come aiuto e modello per tutti i chiamati alla paternità — nella famiglia o nel sacerdozio, e tanto più nel ministero episcopale — mi viene in mente san Giuseppe.

Per me, anche il culto di san Giuseppe si collega con l’esperienza vissuta a Cracovia. In via Poselska, vici­no al Palazzo vescovile, ci sono le suore bernardine. Nella loro chiesa, dedicata appunto a san Giuseppe, hanno l’esposizione perpetua del Santissimo Sacra­mento. Nei momenti liberi mi recavo là a pregare e spesso il mio sguardo andava verso la bella immagine del padre putativo di Gesù, molto venerata in quella chiesa, dove una volta guidai gli esercizi spirituali per i giuristi. Mi è sempre piaciuto pensare a san Giusep­pe nel contesto della Sacra Famiglia: Gesù, Maria, Giuseppe. Invocavo l’aiuto di tutt’e tre insieme per vari problemi. Comprendo bene l’unità e l’amore che si vivevano nella Sacra Famiglia: tre cuori, un amore. In modo particolare affidavo a san Giuseppe la pasto­rale della famiglia.

A Cracovia c’è un’altra chiesa intitolata a san Giu­seppe, a Podgérze. La frequentavo durante le visite pastorali. Di eccezionale importanza è poi il santua­rio di san Giuseppe a Kalisz. Vi convengono i pellegrinaggi di ringraziamento dei sacerdoti ex prigio­nieri di Dachau. In quel campo nazista un gruppo di loro si affidò a san Giuseppe, e si salvarono. Tornati in Polonia, iniziarono a recarsi ogni anno in pellegri­naggio di ringraziamento al santuario di Kalisz, e mi invitavano sempre a quegli incontri. Tra loro ci sono l’arcivescovo Kazimierz Majdafiski, il vescovo Igna­cy lei e il cardinale Adam Kozlowiecki, missionario in Africa.

La Provvidenza preparò san Giuseppe a svolgere il ruolo di padre di Gesù Cristo. Nell’Esortazione apo­stolica a lui dedicata, Redemptoris Custos, ho scritto: «Come si deduce dai testi evangelici, il matrimonio con Maria è il fondamento giuridico della paternità di Giuseppe. È per assicurare la protezione paterna a Gesù che Dio sceglie Giuseppe come sposo di Maria. Ne segue che la paternità di Giuseppe — una relazione che lo colloca il più vicino possibile a Cristo, termine di ogni elezione e predestinazione — passa attraverso il matrimonio con Maria» (n. 7). Giuseppe fu chiama­to a essere lo sposo castissimo di Maria proprio per far da padre a Gesù. La paternità di san Giuseppe, co­me la maternità della Santissima Vergine Maria, ha un primordiale carattere cristologico. Tutti i privilegi di Maria derivano dal fatto di essere la Madre di Cri­sto. Analogamente, tutti i privilegi di san Giuseppe derivano dal fatto di aver avuto il compito di far da padre a Cristo.

Sappiamo che Cristo si rivolgeva a Dio con la paro­la «Abba»: una parola cara e familiare, quella con cui ni, egli si rivolgeva anche a san Giuseppe. È possibile dire di più del mistero della paternità umana? Come uomo, Cristo stesso sperimentava la paternità di. Dio attraverso il suo rapporto di figliolanza con san Giu­seppe. L’incontro con Giuseppe come padre si è in­scritto nella rivelazione che Cristo ha poi fatto del pa­terno nome di Dio. È un mistero profondo!

Cristo come Dio aveva la propria esperienza della paternità divina e della figliolanza nel seno della Santissima Trinità. Come uomo sperimentò la figlio­lanza grazie a san Giuseppe. Questi, da parte sua, of­frì al Bambino che cresceva al suo fianco il sostegno dell’equilibrio maschile, della chiarezza nel vedere i problemi e del coraggio. Svolse il suo ruolo con le qualità del migliore dei padri, attingendo la forza dalla somma sorgente dalla quale «ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome» (Ef 345). Allo stesso tempo, in ciò che è umano egli insegnò molte cose al Figlio di Dio, al quale costruì e offrì la casa sulla terra.

La vita con Gesù fu per san Giuseppe una continua scoperta della propria vocazione a essere padre. Lo era diventato in un modo straordinario, senza dare il corpo al suo Figlio. Non è forse questa la realizza­zione della paternità che viene proposta a noi, sacer­doti e vescovi, come modello? Di fatto, tutto quanto facevo nel mio ministero lo vivevo come manifesta­zione di tale paternità: battezzare, confessare, cele­brare l’Eucaristia, predicare, richiamare, incoraggia­re era per me sempre una realizzazione della stessa paternità.

Alla casa costruita da san Giuseppe per il Figlio di Dio bisogna pensare, in modo particolare, quando si tocca il tema del celibato sacerdotale ed episcopale. Il celibato, infatti, dà la piena possibilità di realizzare questo tipo di paternità: una paternità casta, consa­crata totalmente a Cristo e alla sua vergine Madre. Il sacerdote, libero dalla sollecitudine personale per la famiglia, può dedicarsi con tutto il cuore alla missione pastorale. Si capisce pertanto la fermezza con cui la Chiesa di rito latino ha difeso la tradizione del celi­bato per i suoi sacerdoti, resistendo alle pressioni che nel corso della storia si sono, di tempo in tempo, manifestate. È una tradizione certo esigente, ma che si è rivelata singolarmente feconda di frutti spiritua­li. È tuttavia motivo di gioia constatare che anche il sacerdozio uxorato della Chiesa cattolica orientale ha dato ottime prove di zelo pastorale. In particola­re, nella lotta contro il comunismo, i sacerdoti orien­tali sposati non sono stati meno eroici dei celibi. Co­me osservò una volta il cardinale Josyf Slipyj, nei confronti dei comunisti essi mostrarono lo stesso co­raggio dei loro colleghi celibi.

Occorre poi sottolineare che, a favore del celibato, ci sono profonde ragioni teologiche. L’enciclica Sa­cerdotalis caelibatus, pubblicata nel 1967 dal mio ve­nerato predecessore Paolo VI, le sintetizza nel modo seguente (cfr. nn. 19-34):

— Vi è innanzitutto una motivazione cristologica: co­stituito Mediatore fra il Padre e il genere umano, Cri­sto è rimasto celibe per dedicarsi totalmente al servi­zio di Dio e degli uomini. Chi ha la sorte di partecipare alla dignità e alla missione di Cristo è chiamato a con­dividerne anche questa donazione totale.

— Vi è poi una motivazione ecclesiologica: Cristo ha amato la Chiesa, offrendo tutto se stesso per lei al fi­ne di farsene una Sposa gloriosa, santa e immaco­lata. Con la scelta celibataria il sacro ministro fa proprio questo amore verginale di Cristo per la Chie­sa, traendone soprannaturale vigore di fecondità spirituale.

— Vi è, infine, una motivazione escatologica: alla ri­surrezione dei morti, ha detto Gesù, «non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli di Dio in cielo» (Mt 22,30). Il celibato del sacerdote annuncia l’avvento degli ultimi tempi della salvezza e anticipa in qualche modo la consumazione del Regno, affer­mandone i valori supremi che un giorno rifulgeran­no in tutti i figli di Dio.

Nell’intento di contestare il celibato, a volte si trae argomento dalla solitudine del sacerdote, dalla soli­tudine del vescovo. Sulla base della mia esperienza, respingo decisamente tale argomento. Personalmen­te non mi sono mai sentito solo. Oltre alla consape­volezza della vicinanza del Signore, anche umana­mente ho sempre avuto intorno a me numerose persone, ho coltivato molti contatti cordiali con i sa­cerdoti — prefetti, parroci, vicari parrocchiali — e con laici di ogni categoria.

Essere con la propria gente

Alla casa costruita da san Giuseppe per il Figlio di Dio si deve pensare anche quando si parla del dovere paterno del vescovo di essere con coloro che gli sono stati affidati. Casa del vescovo, infatti, è la diocesi.

Non soltanto perché egli abita e lavora in essa, ma in un senso molto più profondo: casa del vescovo è la diocesi perché è quel luogo dove ogni giorno deve manifestare la sua fedeltà alla Chiesa – sua Sposa. Quando il Concilio di Trenta, di fronte alle perduranti negligenze in questo campo, sottolineò e definì l’ob­bligo del vescovo di risiedere nella sua diocesi, e­spresse allo stesso tempo una profonda intuizione: il vescovo deve essere con la sua Chiesa in tutti i mo­menti importanti. Non la deve lasciare, senza una fon­data ragione, per un periodo di tempo che superi il mese, comportandosi come il buon padre di famiglia che è costantemente con i suoi e, quando deve sepa­rarsi da loro, ne sente la nostalgia e vuole, quanto pri­ma, tornare da loro.

Ricordo, a questo proposito, la figura del fedele ve­scovo di Tarnòw, Jerzy Ablewicz. I sacerdoti della sua diocesi sapevano che non riceveva il venerdì. Quel giorno, infatti, si recava a piedi in pellegrinaggio a Tu­chòw, al santuario mariano. Mentre camminava pre­parava con la preghiera l’omelia domenicale. Era noto che si recava molto malvolentieri fuori della diocesi. Era sempre con i suoi, prima nella preghiera, poi nel­l’azione. Prima, però, nella preghiera. Il mistero delta nostra paternità sboccia e si sviluppa proprio da essa. Come uomini di fede, nella preghiera ci presentiamo davanti a Maria e a Giuseppe per invocarne l’aiuto e edificare così, insieme con loro e con tutti quelli che Dio ci affida, la casa per il Figlio di Dio: la sua santa Chiesa.

(estratto da Alzatevi, Andiamo – Mondadori 2004 – tutti i diritti sono dei rispettivi titolari)

Redemptoris Custos

ESORTAZIONE APOSTOLICA DI GIOVANNI PAOLO II
IL QUADRO EVANGELICO

Il matrimonio con Maria

  1. «Giuseppe figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,20-21).

In queste parole è racchiuso il nucleo centrale della verità biblica su san Giuseppe, il momento della sua esistenza a cui in particolare si riferiscono i padri della Chiesa.

L’evangelista Matteo spiega il significato di questo momento, delineando anche come Giuseppe lo ha vissuto. Tuttavia, per comprenderne pienamente il contenuto ed il contesto, è importante tener presente il passo parallelo del Vangelo di Luca. Infatti, riferendoci al versetto che dice: «Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo» (Mt 1,18), l’origine della gravidanza di Maria «per opera dello Spirito Santo» trova una descrizione più ampia ed esplicita in quel che leggiamo in Luca circa l’Annunciazione della nascita di Gesù: «L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1,26-27). Le parole dell’angelo: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28), provocarono un turbamento interiore in Maria ed insieme la spinsero a riflettere. Allora il messaggero tranquillizza la Vergine ed al tempo stesso le rivela lo speciale disegno di Dio a suo riguardo: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai e partorirai un figlio, e lo chiamerai Gesù. Egli sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre» (Lc 1,30-32).

L’Evangelista aveva poco prima affermato che, al momento dell’Annunciazione, Maria era «promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe». La natura di queste «nozze» viene spiegata indirettamente, quando Maria, dopo aver udito ciò che il messaggero aveva detto della nascita del Figlio, chiede: «Come avverrà questo? Non conosco uomo» (Lc 1,34). Allora le giunge questa risposta: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su di te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1,35). Maria, anche se già «sposata» con Giuseppe, rimarrà vergine, perché il bambino, concepito in lei sin dall’Annunciazione, era concepito per opera dello Spirito Santo.

A questo punto il testo di Luca coincide con quello di Matteo (1,18) e serve a spiegare ciò che in esso leggiamo. Se, dopo le nozze con Giuseppe, Maria «si trovò incinta per opera dello Spirito Santo», questo fatto corrisponde a tutto il contenuto dell’Annunciazione e, in particolare, alle ultime parole pronunciate da Maria: «Avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Rispondendo al chiaro disegno di Dio, Maria col trascorrere dei giorni e delle settimane si rivela davanti alla gente e davanti a Giuseppe come «incinta», come colei che deve partorire e porta in sé il mistero della maternità.

  1. In queste circostanze «Giuseppe suo sposo che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto» (Mt 1,19). Egli non sapeva come comportarsi di fronte alla «mirabile» maternità di Maria. Certamente cercava una risposta all’inquietante interrogativo, ma soprattutto cercava una via di uscita da quella situazione per lui difficile. «Mentre dunque stava pensando a queste cose, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te, Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”» (Mt 1,20-21).

Esiste una stretta analogia tra l’«Annunciazione» del testo di Matteo e quella del testo di Luca. Il messaggero divino introduce Giuseppe nel mistero della maternità di Maria. Colei che secondo la legge è la sua «sposa», rimanendo vergine, è divenuta madre in virtù dello Spirito Santo. E quando il Figlio, portato in grembo da Maria, verrà al mondo, dovrà ricevere il nome di Gesù. Era, questo, un nome conosciuto tra gli Israeliti ed a volte veniva dato ai figli. In questo caso, però, si tratta del Figlio che – secondo la promessa divina – adempirà in pieno il significato di questo nome: Gesù – Yehossua’, che significa: Dio salva.

Il messaggero si rivolge a Giuseppe come allo «sposo di Maria», a colui che a suo tempo dovrà imporre tale nome al Figlio che nascerà dalla Vergine di Nazaret, a lui sposata. Si rivolge, dunque, a Giuseppe affidandogli i compiti di un padre terreno nei riguardi del Figlio di Maria.

«Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). Egli la prese in tutto il mistero della sua maternità, la prese insieme col Figlio che sarebbe venuto al mondo per opera dello Spirito Santo: dimostrò in tal modo una disponibilità di volontà, simile a quella di Maria, in ordine a ciò che Dio gli chiedeva per mezzo del suo messaggero.